Accordo DISI - Distretto dell’Informatica Romagnolo per un ecosistema della innovazione
Leggi l'intervista al prof. Alessandro Ricci: fare della comunità di competenze una risorsa al servizio della collettività romagnola.
Pubblicato: 04 agosto 2026 | Innovazione e ricerca
Ricerca, didattica e territorio si incontrano, generano valore pubblico, partecipazione attiva. Eventi, progetti che mostrano come l’innovazione – in particolare quella educativa – si traduca in esperienze condivise, individuazioni di talenti, più in generale, in comunità.
Articolo è di Francesca Montuschi, del Settore della comunicazione e informazione del dipartimento.
La competitività e la capacità di crescita dei territori dipendono sempre più dalla possibilità di sviluppare ecosistemi collaborativi nei quali conoscenze, competenze e visioni possano circolare, contaminarsi reciprocamente e tradursi in valore condiviso. In questa prospettiva, università, imprese e istituzioni rappresentano componenti interdipendenti di una medesima infrastruttura territoriale dell’innovazione, il cui valore strategico risiede nella capacità di costruire connessioni stabili, favorire la circolazione della conoscenza e convergere attorno a una visione comune di sviluppo. È all’interno di questo quadro che si inserisce l’accordo tra il Dipartimento di Informatica – Scienza e Ingegneria (DISI) dell’Università di Bologna e il Distretto dell’Informatica Romagnolo (DIR), coordinato dal prof, Alessandro Ricci, per la componente accademica, e da Paolo Montevecchi, per quella imprenditoriale. L’intesa si fonda sull’idea che la generazione di valore attraverso la conoscenza richieda relazioni durature, fiducia reciproca e radicamento territoriale. La sfida è quella di creare le condizioni affinché comunità di competenze e innovazioni possano sedimentarsi nel tempo, attivando processi di trasferimento della conoscenza capaci di produrre impatti concreti e duraturi.
Viviamo in un’epoca caratterizzata dalla velocità: l'attività di ricerca è misurata da indicatori, ranking e valutazioni di performance sempre più stringenti. Il DIR sembra invece richiamare una dimensione diversa, fondata sulla continuità, sulla costruzione di comunità e su un tempo meno accelerato. E' corretto?
«Assolutamente sì. Fin dalla sua nascita, il DIR non è stato concepito come una semplice aggregazione di imprese ICT, ma come un’infrastruttura sociale e cognitiva orientata alla creazione di valore nel lungo periodo. Un riferimento culturale importante è la visione di Adriano Olivetti, che interpretava il rapporto tra impresa, conoscenza e comunità come una dimensione essenziale dello sviluppo economico e sociale. Gli ecosistemi più resilienti non sono quelli che inseguono la velocità del cambiamento, ma quelli che riescono a sviluppare relazioni solide, fiducia reciproca e una visione condivisa. È questa densità relazionale che consente a un territorio di interpretare più rapidamente le trasformazioni in atto e coglierne le opportunità».
Le sfide che abbiamo davanti sono sempre più complesse. Quanto è importante integrare competenze diverse?
«Moltissimo. Le sfide che ci attendono non possono essere affrontate da soggetti isolati. Una comunità autentica funziona quando ciascun attore porta il proprio contributo specifico. Nel caso del DIR parliamo di una realtà estremamente eterogenea, che comprende imprese ICT di diverse dimensioni, organizzazioni strutturate e il Dipartimento di Informatica - Scienza e Ingegneria. Ogni soggetto è contraddistinto da competenze, esperienze e prospettive differenti. Il valore nasce dalla capacità di integrare questi contributi. L’università ha una naturale vocazione alla ricerca e alla formazione e ha anche il compito di anticipare le traiettorie future. Le imprese, invece, vivono quotidianamente le sfide del mercato e dell’innovazione applicata. Mettere in dialogo questi punti di vista significa costruire sintesi che nessun soggetto sarebbe in grado di produrre autonomamente».
In un settore dominato dall’iper-specializzazione perché è così importante fare comunità?
«Perché la vera innovazione nasce quando competenze, prospettive ed esperienze differenti riescono a dialogare. Il valore risiede nella capacità di costruire una sintesi tra contributi diversi. Il DIR riunisce come detto in precedenza realtà eterogenee: ognuna è portatrice di una propria visione specifica. La sfida consiste nel far emergere un significato collettivo che sia maggiore della semplice somma delle parti. In questo senso il Distretto può essere considerato uno sviluppatore di comunità: un soggetto che crea connessioni, facilita il dialogo e aiuta i diversi attori a riconoscersi come parte di un progetto comune».
Questo significa anche superare una certa autoreferenzialità che talvolta caratterizza organizzazioni e istituzioni?
«Assolutamente sì. Una delle funzioni più importanti di una comunità è aiutare ciascun componente a uscire dalla propria prospettiva particolare per collocarsi all’interno di un orizzonte più ampio. Per un’impresa significa non limitarsi alla propria attività quotidiana, ma riconoscersi come parte di una filiera della conoscenza e dell’innovazione. Analogamente, per l’università significa confrontarsi costantemente con i bisogni reali del territorio».
Quando si afferma che un’impresa appartiene al settore informatico, in realtà si dice ancora molto poco. Dietro questa definizione possono celarsi competenze molto diverse: cybersecurity, intelligenza artificiale, cloud computing, sistemi embedded, automazione industriale, software engineering e molto altro.
«Le aziende vengono spesso identificate attraverso codici ATECO. Sono strumenti classificatori utili, ma che non restituiscono la ricchezza delle competenze effettivamente presenti sul territorio. Il DIR non si configura come una tradizionale associazione di categoria: opera su una dimensione complementare e, per certi aspetti, ortogonale. Una comunità di competenze richiede la costruzione di una vera e propria tassonomia territoriale della conoscenza: una mappa capace di rendere visibili specializzazioni, eccellenze e complementarità. È un passaggio fondamentale, perché una collaborazione efficace può nascere soltanto dalla conoscenza reciproca».
Questa conoscenza condivisa può aiutare anche a orientare i bisogni di innovazione del territorio?
«Certamente. Uno degli aspetti più interessanti è la possibilità di svolgere una funzione di mediazione e sintesi. Oggi esistono moltissime opportunità tecnologiche, strumenti, finanziamenti e traiettorie di innovazione. Per molte organizzazioni è difficile orientarsi in un contesto tanto complesso. Una comunità matura può aiutare a filtrare questa complessità, interpretare i bisogni emergenti e trasformarli in percorsi condivisi».
Molte imprese, soprattutto di piccole dimensioni, faticano ad affrontare da sole i processi di innovazione. Il DIR può diventare anche una sorta di comunità di servizi per il territorio?
«È una prospettiva molto interessante e rappresenta una possibile evoluzione del Distretto. Oggi il DIR nasce principalmente come comunità di competenze e relazioni; proprio queste relazioni possono però diventare la base per sviluppare servizi, progettualità e iniziative condivise a beneficio dell’intero ecosistema territoriale».
Il 27 novembre si terrà il primo evento annuale DISI DIR e verrà presentata l’idea di dare vita ad un Osservatorio permanente.
«Vorremmo che diventasse un appuntamento stabile, capace di favorire una maggiore consapevolezza reciproca e di rafforzare le relazioni all’interno dell’ecosistema dell’innovazione. È ancora prematuro definirne i dettagli, ma l’idea di un Osservatorio permanente sull’innovazione digitale in Romagna nasce dall’esigenza di sviluppare una lettura condivisa delle trasformazioni che stanno interessando il sistema delle competenze, della ricerca e dell’innovazione tecnologica. Spesso i dati esistono, ma sono frammentati e poco leggibili. L’obiettivo è non soltanto quello di raccoglierli, ma soprattutto quello di costruire strumenti di analisi e interpretazione, capaci di supportare strategie di sviluppo territoriale e investimenti nelle competenze e nei profili professionali di cui il territorio avrà bisogno nei prossimi anni».