Venerdì 22 maggio 2026, negli spazi della Fiera di Cesena, si è tenuto il Festival dei Micromondi, l’iniziativa sviluppata nell'ambito del progetto Innova-Mente, coordinato da prof Alessandro Ricci, del Dipartimento di Informatica - Scienza e Ingegneria, e referente del CRIAD (Centro di Ricerche per l'Informatica applicata alla Didattica e all'Educazione). L’evento ha restituito in forma tangibile e condivisa un processo educativo che si è sviluppato lungo l’intero anno scolastico, trasformando per un giorno lo spazio espositivo in una infrastruttura dell’apprendimento. Oltre due mille tra bambini e ragazzi, numeri raddoppiati rispetto alla edizione scorsa, sono stati impegnati a raccontare e discutere i propri progetti.
Fin dall’ingresso, ciò che emergeva con evidenza non era solo la varietà dei prodotti presentati, ma soprattutto la qualità dei lavori e impegni e soddisfazione sottesi: i micromondi apparivano come esiti visibili di percorsi, costruiti nel tempo attraverso pratiche di esplorazione e co-progettazione, vive, partecipate. In questa prospettiva, il Festival dei Micromondi si colloca in una linea di continuità con le riflessioni sull’apprendimento di matrice socio-costruttivista, e offre persino una declinazione originale, fortemente radicata nei contesti scolastici e nei territori.
“Il micromondo non si configura infatti come un semplice artefatto didattico, o iniziativa estemporanea, ma come un ambiente di apprendimento progettato, in cui il digitale viene utilizzato come linguaggio per pensare e costruire. Coding, simulazioni, interfacce interattive e narrazioni digitali si intrecciano con contenuti disciplinari e linguaggi espressivi, dando luogo a forme ibride di conoscenza” - cosi sintetizza efficacemente prof. Alessandro Ricci - “il punto non è introdurre le tecnologie nella scuola, ma comprenderle come materiali cognitivi: una sorta di creta, che gli studenti possono modellare per dare forma alle proprie idee”.
In questa immagine si coglie il passaggio da una visione strumentale del digitale a una prospettiva generativa. Il valore dei micromondi non risiede soltanto negli esiti finali, per quanto di forte impatto emotivo, ma nella loro natura processuale. Gli studenti, chiamati a presentare i 110 micromondi, non si limitano a descrivere ciò che hanno costruito, ma raccontano come lo hanno costruito: esplicitano le scelte progettuali, discutono gli errori, mostrano le soluzioni adottate. “Questo elemento introduce una dimensione metacognitiva rilevante, in cui l’apprendimento viene reso oggetto di riflessione e comunicazione. La dimensione espositiva si trasforma così in uno spazio di educazione tra pari, dove la conoscenza circola, si confronta e si rielabora - osserva Ylenia Battistini, coordinatrice del progetto - “nel momento in cui i ragazzi raccontano il proprio micromondo, stanno facendo molto più che spiegare un lavoro: stanno prendendo consapevolezza del proprio percorso e lo stanno mettendo in relazione con quello degli altri”.
Questa dinamica evidenzia uno degli aspetti più significativi del festival, ovvero la costruzione di quelle che vengono definite menti in risonanza. L’apprendimento, in questo quadro, non è concepito come un processo individuale e lineare, ma come un fenomeno relazionale, che emerge dall’interazione tra soggetti, strumenti e contesti. I micromondi diventano spazi di risonanza in cui linguaggi diversi – scientifici, artistici, computazionali – entrano in dialogo, generando nuove connessioni.
L’edizione 2026 del Festival Micromondi rende infine evidente la portata sistemica dell’iniziativa. La presenza di 110 micromondi e il coinvolgimento di studenti provenienti da diversi ordini di scuola testimoniano un radicamento capillare nei contesti educativi, al tempo stesso la partecipazione di studenti universitari dei corsi di Ingegneria e Scienze Informatiche introduce un elemento di continuità e accompagnamento nel sistema formativo.
Un aspetto particolarmente rilevante, ed è letto in relazione al tema dell’ultimo miglio dell’innovazione educativa. Come sottolinea Ricci, “il vero problema non è sviluppare idee innovative, ma portarle dentro le pratiche quotidiane della scuola. L’innovazione esiste davvero solo quando arriva in classe e diventa esperienza condivisa, nel tempo”.
Il festival è così il risultato di una rete che coinvolge istituzioni, famiglie, attori locali, imprese che hanno sostenuto l’iniziativa, configurando un ecosistema in cui l’apprendimento diventa un impegno collettivo, e il territorio una comunità di intenti.
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