Quando l’innovazione tecnologica diventa infrastruttura di governance urbana?

Quando l’innovazione tecnologica diventa infrastruttura di governance urbana?

Intervista ai prof. Luciano Bononi e Paolo Bellavista: il ruolo delle CTE e dei Digital Twin di Bologna tra simulazione urbana, trasformazione cognitiva della decisione pubblica e mandato democratico.

Pubblicato: 11 maggio 2026 | Innovazione e ricerca

Una serie di interviste dedicate all’innovazione tecnologica e al pensiero progettuale: esploriamo le storie dietro invenzioni e soluzioni che rispondono a sfide reali. Un’occasione per approfondire processi creativi, approcci metodologici e impatti concreti sul mercato e sulla società.

L'articolo è di Francesca Montuschi, del Settore della comunicazione e informazione del dipartimento.

Governare la trasformazione urbana dipende sempre più dalla possibilità di osservare, interpretare e anticipare fenomeni complessi che intrecciano infrastrutture digitali, comportamenti sociali, dinamiche economiche e vincoli ambientali. Le tecnologie avanzate non sono di per sé sufficienti: ciò che diventa cruciale è la costruzione di infrastrutture di sperimentazione capaci di tradurre la ricerca scientifica in strumenti concreti di supporto alla decisione pubblica e all’innovazione territoriale. Le Case delle Tecnologie Emergenti (CTE), sono giustappunto progetti, finanziati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), con l’obiettivo di favorire la sperimentazione di tecnologie abilitanti – dal 5G all’Internet of Things, dalla blockchain all’intelligenza artificiale – e di rafforzare il trasferimento dell’innovazione nei territori. Le CTE agiscono come acceleratori pubblici, accorciando la distanza tra conoscenza scientifica e applicazione industriale e istituzionale a livello locale. All’interno di questa cornice si colloca CTE COBO, che rappresenta una delle esperienze più significative a livello nazionale per scala, investimenti e integrazione con la ricerca universitaria. Parallelamente, la città di Bologna ha avviato lo sviluppo del Digital Twin urbano, co-finanziato dal Comune, concepito come strumento strutturale di supporto alla pianificazione territoriale e alla valutazione delle politiche pubbliche. Il Digital Twin non si limita infatti a raccogliere dati, ma mira a integrare modelli predittivi e simulazioni del tipo what‑if, rendendo esplorabili gli impatti delle decisioni prima della loro implementazione nel mondo reale. CTE COBO e il Digital Twin urbano di Bologna, coordinati rispettivamente dai professori Paolo Bellavista e Luciano Bononi del Dipartimento di Informatica – Scienza e Ingegneria, e con la partecipazione di altri Dipartimenti e gruppi di ricerca dell'Ateneo, rappresentano due iniziative distinte ma profondamente convergenti: la prima si configura come un'infrastruttura pubblica di sperimentazione tecnologica, la seconda come un dispositivo cognitivo al servizio della governance urbana.

In tema di governance urbana e trasformazione cognitiva della decisione pubblica, sono due i nodi critici che emergono con particolare evidenza: l’integrazione con i sistemi esistenti e le resistenze istituzionali.

Rendere visibili gli effetti delle scelte significa anche aumentare la responsabilità pubblica e la possibilità rendere partecipi e di rendicontare ai cittadini. Tuttavia, comporta anche rischi: infatti modelli inaccurati o dati decontestualizzati possono produrre letture fuorvianti. È comprensibile, quindi, che l’adozione politica di questi strumenti richieda gradualità e cautela. In questa fase diventa fondamentale rafforzare competenze, dati storici e fiducia istituzionale. Occorre inoltre considerare che le amministrazioni locali operano all’interno di sistemi in parte vincolati, ad esempio da contratti pluriennali, spesso legati a piattaforme proprietarie e a responsabilità legali precise (ad esempio nel caso dei fornitori di sistemi, che vincolano sia le modalità di intervento sia l’accesso ai dati). Introdurre un digital twin significa quindi intervenire su equilibri consolidati. Dal punto di vista politico, il tema non è sostituire ciò che esiste, ma costruire traiettorie di transizione, in cui l’innovazione si innesta progressivamente sui sistemi in essere.

Digital twin, mandato democratico e conflitto delle priorità: un aspetto particolarmente rilevante emerso dalle esperienze di Bologna riguarda il fatto che la politica di sostenibilità, pur essendo un obiettivo condiviso a livello strategico, implica scelte redistributive, modifiche alle abitudini e, in alcuni casi, penalizzazioni per alcuni gruppi di cittadini. E quindi malumori.

Il Digital Twin non elimina il conflitto politico, anzi lo rende più esplicito. Quando una simulazione mostra che una determinata scelta di mobilità riduce l’inquinamento ma aumenta i tempi di percorrenza per alcune categorie di utenti, il contrasto emerge chiaramente. Questo è politicamente delicato, ma anche democraticamente sano, perché sposta il dibattito dal piano ideologico a quello delle conseguenze osservabili e dimostrabili, rendendo maggiormente consapevole e partecipe il cittadino.

Dal punto di vista della ricerca, è importante ribadire che il Digital Twin non prescrive quale politica sia giusta. Fornisce invece uno spazio di negoziazione informata, in cui il decisore politico resta pienamente responsabile della scelta finale.

L’empowerment dei cittadini è uno degli obiettivi dichiarati, ma è oggi contenuto. Forse sarebbe necessario che il Digital Twin venisse percepito come utile nella vita quotidiana.

Questo richiede tempi lunghi di sedimentazione, sperimentazione e accettazione sociale. Oggi siamo in una fase in cui i digital twin generano soprattutto un empowerment latente: costruiscono le condizioni affinché cittadini e decisori possano, nel tempo, prendere decisioni più consapevoli. Un servizio che consente di pianificare un percorso più sicuro, meno inquinato o meno rumoroso può essere percepito come un supporto reale. Al contrario, uno strumento vissuto come limitazione – ad esempio perché suggerisce vincoli o restrizioni – tende a generare resistenze, anche quando è razionalmente orientato alla sostenibilità. Dal punto di vista politico‑istituzionale, l’empowerment non può prescindere dal mandato democratico e dalle priorità di governo urbano. Non tutte le amministrazioni sono pronte, o legittimate, ad aprire strumenti complessi di simulazione direttamente ai cittadini. Per curare gli aspetti di corretta applicazione e consapevolezza degli strumenti i progetti vedono la nutrita partecipazione di attori nell'ambito delle scienze sociali e delle politiche di innovazione urbana

Equilibrio tra proprietà intellettuale, Open Science e valore pubblico: è fondamentale distinguere tra conoscenza scientifica e soluzioni operative. Corretto?

Sì, la parte metodologica – modelli concettuali, approcci algoritmici, processi di validazione – viene pubblicata secondo i principi dell’Open Science, sottoposta a revisione paritaria e resa accessibile alla comunità scientifica internazionale. Diverso è il caso delle implementazioni software, che costituiscono strumenti pronti all’uso per amministrazioni o aziende. In questo ambito, la proprietà intellettuale appartiene all’Ateneo, per garantire che il valore generato dalla ricerca pubblica possa essere governato, manutenuto e responsabilizzato. La possibilità di trasferire metodologie – ad esempio consentendo a un’altra città europea di replicare il modello adattandolo ai propri dati – garantisce la circolazione del sapere, senza rinunciare alla responsabilità sull’uso delle soluzioni più mature.

Un tema centrale è quello dei dati. Come affrontate qualità, governance e tutela dei diritti digitali dei cittadini?

Il trattamento dei dati è progettato by design per essere conforme al GDPR e alle strategie decise in ambito europeo. Nei progetti di mobilità, ad esempio, i dati vengono anonimizzati o pseudonimizzati, in modo da impedire la ricostruzione dell’identità delle persone. Ad interessare non è il singolo individuo, ma la comprensione dei pattern collettivi.

Parallelamente, nel progetto del Digital Twin urbano è attivo un intero work package giuridico, gestito da giuristi dell’Università di Bologna che affiancano i ricercatori nella valutazione di rischi, limiti e condizioni d’uso dei dati. E' fondamentale chiarire che i dati non sono mai neutrali. Anche quando sono aperti, il modo in cui vengono aggregati e interpretati può produrre effetti rilevanti, anche economici. Per questo l’obiettivo non è solo rispettare la normativa, ma costruire fiducia, rendendo trasparenti finalità e confini dell’uso dei dati.

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