INCA: piattaforme digitali, processi democratici e regolazione

INCA: piattaforme digitali, processi democratici e regolazione

Leggi l’intervista al prof. Mollona: dall’influenza delle Big Tech sulle politiche europee alle sfide dell’IA tra accountability e regolazione.

Pubblicato: 29 settembre 2026 | Innovazione e ricerca

Una serie di interviste dedicate all’innovazione tecnologica e al pensiero progettuale: esploriamo le storie dietro invenzioni e soluzioni che rispondono a sfide reali. Un’occasione per approfondire processi creativi, approcci metodologici e impatti concreti sul mercato e sulla società.

L'articolo è di Francesca Montuschi, del Settore della comunicazione e informazione del dipartimento

Le tecnologie digitali dominano le attività quotidiane, dall'informazione ai servizi, dal commercio alla partecipazione pubblica. La loro diffusione ha creato nuove opportunità di sviluppo, ma ha anche concentrato risorse, competenze e capacità decisionali nelle mani di pochi grandi attori globali, influenzando progressivamente anche il funzionamento delle democrazie. Diventa quindi fondamentale studiare il modo in cui le piattaforme digitali organizzano il potere e ridefiniscono le relazioni tra cittadini, imprese e istituzioni. È in questo contesto che si inserisce INCA (INcrease Corporate Political Responsibility and Accountability), progetto europeo coordinato dal professor Edoardo Mollona del Dipartimento di Informatica - Scienza e Ingegneria dell'Università di Bologna, dedicato allo studio del rapporto tra piattaforme digitali, processi democratici e regolazione. Combinando analisi computazionale dei testi, economia politica e studi organizzativi, il progetto esplora un tema centrale: il ruolo delle grandi piattaforme nella definizione delle regole che governano l'ecosistema digitale e le forme di potere che emergono dall'interazione tra tecnologia, istituzioni e mercati. Le evidenze raccolte mostrano come le istituzioni europee continuino a svolgere una funzione di mediazione tra interessi economici, istanze della società civile e obiettivi di regolazione pubblica, mantenendo una capacità effettiva di orientare i processi di trasformazione digitale. 

Dello strapotere economico delle Big Tech sappiamo già molto. Più complessa e meno esplorata è invece la questione della loro influenza politica: quanto e in che modo le piattaforme riescono a incidere sulla costruzione delle regole destinate a governarle? 

La ricerca si colloca nel pieno della stagione regolatoria europea che ha portato all'approvazione del Digital Markets Act, del Digital Services Act e, più recentemente, dell'AI Act. Le grandi aziende tecnologiche hanno intensificato in maniera significativa le attività di rappresentanza presso le istituzioni europee, diventando tra i principali investitori in attività di lobbying a Bruxelles. 

In sostanza siete riusciti a valutare in quale misura i contenuti proposti dai diversi gruppi di interesse trovassero spazio nella formulazione finale delle norme europee. Che cosa è emerso? 

Abbiamo sviluppato strumenti di analisi testuale e semantica per confrontare i documenti prodotti dagli stakeholder durante le consultazioni europee con l'evoluzione dei testi legislativi. Attraverso algoritmi di similarità semantica e tecniche di topic modelling, abbiamo misurato sia il grado di prossimità tra le posizioni degli stakeholder e i testi normativi, sia il modo in cui l'agenda legislativa si è trasformata nel corso del processo regolatorio. I risultati restituiscono un quadro articolato. Le piattaforme hanno certamente contribuito alla definizione dell'agenda regolatoria europea, ma il processo decisionale ha mostrato una significativa capacità di bilanciamento. Temi promossi dalla società civile, dalle organizzazioni dei consumatori e dal mondo accademico (la protezione dei minori, la regolazione dei sistemi di targeting e una maggiore attenzione agli effetti sociali) sono progressivamente entrati nel dibattito normativo fino a trovare spazio nei testi definitivi. Le Big Tech hanno avuto voce nel processo legislativo, come è inevitabile che accada quando si regolano tecnologie che conoscono in profondità, ma questo non ha egemonizzato il processo. 

Se una piattaforma decide quali contenuti rendere visibili, quali rimuovere, quali utenti sospendere o quali informazioni privilegiare, sta compiendo scelte che travalicano la tradizionale responsabilità sociale d'impresa. Sta esercitando una forma di potere politico. 

Il nodo centrale emerge quando funzioni che incidono su diritti, informazione e partecipazione vengono esercitate da soggetti privati. La questione investe direttamente il ruolo delle istituzioni pubbliche nel governo di infrastrutture che organizzano una quota crescente della vita collettiva. 

Quando una piattaforma interviene sulla visibilità dei contenuti, sulla moderazione del discorso pubblico o sulla gestione dei dati personali, produce effetti che si estendono ben oltre la propria sfera aziendale. Le decisioni assunte all'interno di queste organizzazioni incidono infatti sull'accesso alle informazioni, sulle modalità di partecipazione e, più in generale, sugli equilibri che regolano lo spazio pubblico digitale. Per questa ragione il tema riguarda soprattutto le condizioni di legittimità, accountability e controllo democratico entro cui questo potere viene esercitato. La domanda di fondo è semplice: chi definisce le regole, chi le controlla e attraverso quali strumenti tali decisioni possono essere sottoposte a verifica pubblica. 

L’analisi di oltre quindici anni di dibattito pubblico europeo mostra una differenza significativa tra il modo in cui le piattaforme raccontano sé stesse e il modo in cui vengono percepite da cittadini e media. 

I ricercatori hanno esaminato articoli di stampa provenienti da una ventina di Paesi europei e hanno realizzato una survey che ha coinvolto circa 20.000 cittadini. Le piattaforme costruiscono discorsi prevalentemente neutri o positivi, concentrati sui prodotti, sulle innovazioni e sulle opportunità offerte dalla tecnologia. La stampa e i cittadini europei, invece, tendono ad affrontare aspetti conflittuali legati alla concentrazione del potere, alla regolazione e agli impatti sociali. Secondo l'analisi di INCA, sono proprio i temi più frequenti, più centrali nel dibattito pubblico e maggiormente controversi quelli che risultano avere maggiore capacità di influenzare il legislatore europeo. 

Un ulteriore elemento di attenzione riguarda la progressiva integrazione verticale delle infrastrutture digitali. 

Le stesse aziende controllano piattaforme, data center, cavi sottomarini, capacità computazionale e, in alcuni casi, infrastrutture spaziali. Il rischio riguarda la formazione di monopoli che operano lungo l'intera filiera che rende possibile la produzione, la distribuzione e la gestione dei dati. La portata supera gli aspetti tecnologici, entrano in gioco modelli di sviluppo, distribuzione delle risorse, autonomia strategica e capacità delle istituzioni democratiche di orientare e tutelare l'innovazione. 

I dati vengono prodotti quotidianamente da milioni di cittadini, mentre il valore economico che ne deriva tende a concentrarsi nelle mani di pochi attori globali. Un tema da affrontare nel prossimo futuro sarà la distribuzione del potere generato dall'economia dei dati. 

L'intelligenza artificiale rende questa discussione particolarmente urgente. I modelli generativi richiedono enormi quantità di dati, infrastrutture computazionali altamente costose e ingenti capacità di investimento. Si tratta di condizioni che favoriscono processi di concentrazione economica e rafforzano le posizioni dominanti già esistenti. La questione riguarda quindi la distribuzione dei benefici prodotti da questi sistemi. Il tema della distribuzione del valore rappresenta uno dei campi di ricerca più promettenti per comprendere l'evoluzione del capitalismo digitale. 

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