Richard Stallman: Le quattro libertà del software
Leggi articolo sul software proprietario, sorveglianza digitale, piattaforme chiuse: l’urgenza di educare alla libertà digitale
Pubblicato: 09 aprile 2026 | Innovazione e ricerca
Una serie di articoli "Dialoghi sul Futuro Digitale" dedicati ad offrire spunti di riflessione e approfondimenti, a partire da convegni, seminari, progetti in ambito Terza Missione, al fine di tratteggiare e comprendere alcuni percorsi futuribili o già presenti.
L'articolo è di Francesca Montuschi, del Settore della comunicazione e informazione del dipartimento.
Si è tenuto il 26 marzo presso il Campus di Cesena l’evento Pillars of Tech – Richard Stallman, organizzato dall’associazione studentesca universitaria di ambito informatico S.P.R.I.T.e. L’iniziativa si inserisce all’interno di un ciclo di seminari dedicati al rapporto tra tecnologia, società e diritti.
Ospite d’eccezione è stato Richard Stallman, fondatore della Free Software Foundation e ideatore del progetto GNU, il sistema operativo che, in combinazione con il kernel Linux, dà origine a GNU/Linux, oggi utilizzato da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo.
Dopo i saluti introduttivi della studentessa Esha Ahmed e del professor Alessandro Ricci del Dipartimento di Informatica - Scienza e Ingegneria, Richard Stallman ha aperto il suo intervento sottolineando la necessità di una responsabilità multilivello propria dell’era digitale, che coinvolga non solo le scelte tecniche, ma anche le loro ricadute sociali. Rivolgendosi esplicitamente agli studenti del Dipartimento, Stallman ha chiamato in causa coloro che, in futuro, saranno chiamati professionalmente a progettare e a gestire le architetture digitali.
Nel corso dell’intervento, Stallman ha ribadito un principio fondante del pensiero sul software libero: il computer è una macchina universale, capace di eseguire qualunque operazione le venga prescritta. Il nodo centrale, tuttavia, non riguarda la sua potenza, bensì la titolarità delle istruzioni che essa esegue. «Con il software esistono solo due possibilità» - ha affermato - «o gli utenti controllano il programma, oppure il programma controlla gli utenti». In questa formulazione netta emerge una concezione della tecnologia come spazio intrinsecamente politico, in aperto contrasto con l’idea di una neutralità tecnica.
Da qui prende forma la definizione di software libero, che Stallman distingue con decisione dal software semplicemente “gratuito”. La libertà in questione è quella dell’utente ed è garantita da quattro condizioni fondamentali: la libertà di usare il programma per qualsiasi scopo; l’accesso al codice sorgente; la possibilità di modificarlo; la possibilità di ridistribuirlo, anche in versioni derivate. «L’assenza anche di una sola di queste libertà» - ha sostenuto Stallman - «dà origine a una relazione asimmetrica di potere tra sviluppatore e utente». In termini foucaultiani, ovvero riprendendo il pensiero di colui che aveva messo in discussione l’idea che il sapere sia neutrale o puramente oggettivo, si potrebbe parlare di una tecnologia disciplinare incorporata nei dispositivi stessi: il controllo non è esercitato sul software, ma attraverso il software.
La critica al software proprietario ha occupato una parte centrale delle sue parole. Stallman lo ha descritto come uno strumento che consente la sorveglianza, limita l’azione dell’utente, impone aggiornamenti e, in alcuni casi, permette modifiche a distanza senza consenso: «Quando gli utenti non controllano il programma, è lo sviluppatore che li controlla». Questa analisi dialoga implicitamente con le riflessioni più recenti sul capitalismo della sorveglianza, secondo cui l’infrastruttura digitale contemporanea tenderebbe a estrarre valore dal comportamento umano attraverso pratiche pervasive di monitoraggio.
È in questo quadro che si colloca l’esperienza storica del progetto GNU. Avviato nel 1983, è nato con l’obiettivo di realizzare un sistema operativo completamente libero, cioè composto esclusivamente da programmi che rispettassero le quattro libertà fondamentali dell’utente. Per rendere il progetto accessibile e diffuso, era necessario ricreare tutti i componenti essenziali di un sistema operativo, dal compilatore ai programmi di base. Stallman ha sottolineato tuttavia come il successo tecnico e la diffusione del sistema non coincidano automaticamente con la realizzazione piena dei principi di libertà. Molte distribuzioni, infatti, includono componenti non liberi — spesso per ragioni di compatibilità o comodità — che finiscono per indebolire gli obiettivi originari del progetto. In questo passaggio emerge una tensione ben nota negli studi sul rapporto tra scienza e tecnologia: si tratta del divario tra ideali di emancipazione e processi di normalizzazione tecnologica.
Ampio spazio anche alle trasformazioni più recenti dell’informatica, Stallman si è soffermato in particolare sul modello del Software as a Service e sulle applicazioni web. «Quando l’elaborazione avviene sui server di un’azienda l’utente non possiede né il programma né i dati su cui esso opera. Non possono sussistere le quattro libertà se non è possibile possedere una copia del programma». In questa prospettiva, il cloud rappresenterebbe un arretramento rispetto al paradigma dell’informatica che aveva animato le prime battaglie per il software libero.
Una posizione analoga guida la critica di Stallman al concetto di “intelligenza artificiale”: viene contestata l’attribuzione di intelligenza a sistemi in grado di produrre output linguistici senza comprensione semantica o intenzionalità. Con riferimento specifico ai chatbot, Stallman li definisce strumenti che generano enunciati «con indifferenza verso la verità». La critica, in questo caso, non è soltanto tecnica, ma anche epistemologica, in quanto richiama la distinzione tra elaborazione dell’informazione e comprensione del significato.
Particolarmente importante, nel contesto universitario, è stato il passaggio dedicato all’educazione. Stallman ha paragonato l’insegnamento del software proprietario nelle scuole all’avvicinamento precoce a una forma di dipendenza tecnologica, e ha cosi concluso: «L’università, al contrario, dovrebbe promuovere l’accesso al codice, la condivisione e la cooperazione, valori che richiamano il modello della commonsbased peer production. Studiare software libero significa rendere visibili le strutture della tecnica, anziché accettarle come opache e immodificabili».
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