RISC‑V è una chiave per la sovranità tecnologica europea?

RISC‑V è una chiave per la sovranità tecnologica europea?

Leggi intervista al prof. Giuseppe Tagliavini: TRISTAN, co progettazione hardware software, l’interoperabilità, validazione ed ecosistema

Pubblicato: 16 aprile 2026 | Innovazione e ricerca

Una serie di interviste dedicate all’innovazione tecnologica e al pensiero progettuale: esploriamo le storie dietro invenzioni e soluzioni che rispondono a sfide reali. Un’occasione per approfondire processi creativi, approcci metodologici e impatti concreti sul mercato e sulla società.

L'articolo è di Francesca Montuschi, del Settore della comunicazione e informazione del dipartimento.

RISC-V è la quinta generazione di un’architettura di insieme di istruzioni (Instruction Set Architecture, ISA) open source che sta ridefinendo il modo in cui vengono progettati processori e sistemi di calcolo. Grazie a semplicità, modularità e apertura, rappresenta un’alternativa concreta alle ISA con licenze di attori extraeuropei (in particolare nei settori dei sistemi embedded, dell’Internet of Things (IoT), dell’high performance computing e dell’intelligenza artificiale). Oggi RISC-V è al centro di strategie industriali, programmi di ricerca e iniziative di politica pubblica volte a ridurre la dipendenza da architetture proprietarie e a rafforzare la capacità europea di progettare, verificare e governare tecnologie digitali sempre più critiche. In questo contesto si colloca il progetto europeo "Together for RISC-V Technology and Applications" (TRISTAN), coordinato dal prof. Giuseppe Tagliavini del Dipartimento di Informatica – Scienza e Ingegneria. Sviluppato in collaborazione con un ampio consorzio multidisciplinare di partner internazionali, ha avuto l’obiettivo di trasformare RISC-V da linguaggio architetturale aperto a ecosistema tecnologico maturo, coniugando apertura, interoperabilità e validazione industriale.

RISC-V è associata ai concetti di apertura e indipendenza tecnologica. Tuttavia, affinché una tecnologia diventi davvero infrastrutturale, sono necessari almeno tre elementi (validazione, interoperabilità ed ecosistema): è corretto?

La validazione consente a una soluzione di uscire dal laboratorio e di essere adottata in contesti produttivi reali; l’interoperabilità permette a componenti diversi di dialogare lungo l’intero stack tecnologico, ossia l’insieme di livelli che compongono un sistema di calcolo, dall’hardware fino alle applicazioni finali; l’ecosistema garantisce sostenibilità nel tempo, coinvolgendo ricerca, industria e formazione. TRISTAN nasce per affrontare questi nodi, portando RISC-V da ISA aperta a piattaforma tecnologica condivisa.

Uno dei limiti storici dell’open hardware è la difficoltà di raggiungere livelli di maturità industriale. Si dice spesso che i componenti siano eccellenti dal punto di vista scientifico, ma non sempre dotati di processi sistematici di testing, documentazione e verifica formale.

In TRISTAN è stato adottato un approccio rigoroso: tutti i componenti hardware e software sono sottoposti a metodologie di verifica ispirate alle pratiche industriali. Questo vale non solo per i processori, ma anche per compilatori, toolchain e altro. L’obiettivo è rendere l’intero stack aperto, ma anche affidabile, verificabile e riutilizzabile.

TRISTAN si configura come un progetto olistico e orizzontale: intende essere una risposta efficace ai limiti di una ricerca europea spesso frammentata. Infatti non si limita allo sviluppo di singoli core RISC-V, ma promuove la co‑progettazione hardware‑software, l’interoperabilità degli strumenti e la validazione tramite casi d’uso applicativi concreti. In questo senso, può essere letto come un micro‑ecosistema europeo?

RISC-V diventa il linguaggio comune che consente la collaborazione tra gruppi diversi, mentre le applicazioni fungono da verifica dell’impatto concreto delle soluzioni sviluppate. Il progetto è cofinanziato, combinando fondi europei, nazionali e contributi industriali; la collaborazione di un consorzio composto da 46 partner, tra università, enti di ricerca, grandi aziende e PMI, permette di portare tecnologie open source verso livelli di maturità tecnologica (TRL) compatibili con l’industrializzazione.

Il tema della sovranità tecnologica europea è centrale, da non intendersi in senso autarchico. 

Sovranità non significa isolamento, bensì capacità di comprendere, progettare e governare tecnologie critiche. RISC-V è strategica perché consente all’Europa di operare a livello architetturale senza dipendere da roadmap e licenze definite da attori extraeuropei. Le recenti tensioni geopolitiche e le difficoltà di approvvigionamento hanno evidenziato la vulnerabilità delle filiere basate su tecnologie proprietarie. RISC-V rappresenta un’alternativa credibile, che richiede però investimenti consistenti e continuità politica. TRISTAN si inserisce in questa traiettoria come progetto di maturazione, più che di pura esplorazione.

Un elemento distintivo del progetto è la forte integrazione tra hardware e software.

In TRISTAN questo approccio è centrale: hardware e software vengono pensati congiuntamente, sfruttando la modularità di RISC-V come leva di sperimentazione. Ciò implica anche il superamento di compartimentazioni disciplinari che non riflettono più la realtà tecnologica contemporanea.

È di dominio pubblico quella che appare come una vera e propria incoerenza sistemica: si chiede alla ricerca di affrontare problemi complessi — sovranità tecnologica, filiere del calcolo, sicurezza, intelligenza artificiale — che non sono per loro natura strettamente monodisciplinari, ma si continuano a utilizzare metriche di valutazione basate su suddivisioni rigide e ranking altamente settoriali.

TRISTAN lavora intenzionalmente all’intersezione tra hardware e software, architetture, compilatori, metodologie di verifica e applicazioni industriali: si tratta esattamente del tipo di ricerca che le strategie europee dichiarano di voler incentivare, ma che fa fatica a ottenere pieno riconoscimento nelle pratiche valutative. I risultati devono spesso essere ricondotti artificialmente entro i confini di una singola disciplina: questo significa, ad esempio, dover scegliere le sedi di pubblicazione in base alla loro classificazione disciplinare, anche quando il contributo scientifico attraversa più ambiti. Questo penalizza in particolare proprio i ricercatori che operano sui confini disciplinari, dove spesso nascono le innovazioni più significative.

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