Storia e didattica dell'informatica: perché sono inseparabili?

Storia e didattica dell'informatica: perché sono inseparabili?

Leggi l’intervista al prof. Simone Martini: rapporto tra storia della disciplina, linguaggi di programmazione e criticità sistemica della formazione degli insegnanti.

Pubblicato: 13 luglio 2026 | Innovazione e ricerca

Una serie di interviste "Dialoghi sul Futuro Digitale" dedicate ad offrire spunti di riflessione e approfondimenti. Uno spazio per interagire e dialogare con docenti del Dipartimento, al fine di tratteggiare e comprendere alcuni percorsi futuribili o già presenti. 

Articolo è di Francesca Montuschi, del Settore della comunicazione e informazione del dipartimento.

Macchine, sistemi e linguaggi, considerati come livelli di uno stesso processo, rendono visibile una dinamica profonda: quella di una disciplina che costruisce progressivamente strumenti per pensare e rappresentare il calcolo. Ne deriva una conseguenza rilevante sul piano epistemologico: l’informatica è un sistema di rappresentazioni in evoluzione, intrecciato con le modalità cognitive attraverso cui gli esseri umani formulano e organizzano la conoscenza. Linguaggi di programmazione, modelli computazionali e sistemi software si configurano così come esiti storicamente situati, prodotti di un processo in cui convergono vincoli tecnici, scelte progettuali e trasformazioni culturali. È proprio questa consapevolezza a rendere evidente il nesso tra storia e didattica: se i concetti si costruiscono nel tempo, il loro insegnamento è tanto più efficace quanto più riflette il percorso che li ha generati. In questo quadro si colloca l’ambito di ricerca della storia e della didattica dell’informatica, a cui il professor Simone Martini, del Dipartimento di Informatica- Scienza e Ingegneria, contribuisce da molti anni. In questa prospettiva, la didattica dell’informatica non si limita alla trasmissione di competenze operative, ma si concentra sulla costruzione di abilità cognitive legate alla formalizzazione dei problemi, come la scomposizione, l’astrazione e la definizione di procedure algoritmiche. Parallelamente, la ricerca si orienta verso l’individuazione di metodologie, linguaggi e strutture concettuali adatte anche ai primi livelli di istruzione. Questa traiettoria trova oggi un riconoscimento anche sul piano istituzionale. Il recente Decreto Ministeriale del MIM del 2025, che introduce in modo strutturato l’informatica nel primo ciclo dell’istruzione, segna un passaggio rilevante, ma al tempo stesso mette in evidenza una tensione persistente tra obiettivi e strumenti: a fronte di una visione in linea con i tempi, permangono criticità sistemiche, in particolare nella formazione degli insegnanti e, più specificamente, nella definizione di modelli coerenti di didattica dell’informatica.

La storia della scienza si articola tradizionalmente in due prospettive complementari: una storia “esterna”, attenta al contesto sociale e culturale, e una storia “interna”, che analizza l’evoluzione dei concetti scientifici.

«Nei cds di informatica, la dimensione storica, in particolare quella interna, è centrale perché consente di comprendere come i concetti nascano e si trasformino nel tempo. È tuttavia essenziale leggerne l’evoluzione nel contesto di origine, per coglierne significato e condizioni di sviluppo. La storia dell’informatica, se adeguatamente insegnata, coincide con la storia delle trasformazioni concettuali che continuano a incidere sul presente. Nella formazione scientifica, tuttavia, prevale spesso un effetto di “eterno presente”: i concetti vengono appresi nella loro forma stabilizzata, come se fossero invarianti, mentre il loro significato in realtà muta nel tempo. È proprio questa consapevolezza che consente di sviluppare una competenza critica, fondata sulla capacità di leggere concetti e fonti nel loro contesto storico».

Quali sono i livelli su cui si sviluppa la storia interna dell’informatica e in che modo questa articolazione consente di comprenderne l’evoluzione?

«Il primo livello è quello delle macchine e delle architetture, cioè la dimensione più materiale dell’informatica: programmare significa adattarsi a vincoli tecnici molto limitati. Il secondo livello è quello dei sistemi operativi e del software di base, che introduce una mediazione tra utente e macchina, trasformando la computazione in un sistema organizzato di gestione e astrazione. Il terzo livello è quello dei linguaggi di programmazione e delle rappresentazioni simboliche, in cui emerge il passaggio da una logica centrata sulla macchina a una centrata sull’essere umano e sul suo modo di pensare».

Il linguaggio rimane dunque il cuore dell’informatica? Quali implicazioni ha oggi, anche alla luce dei sistemi di intelligenza artificiale generativa?

«Il linguaggio resta il cuore dell’informatica, ma la sua centralità va letta nella sua evoluzione. Con la metafora del linguaggio, l’informatica si configura come disciplina della rappresentazione simbolica dei processi, assumendo come fondamentali categorie quali la sintassi e la semantica. I linguaggi di programmazione, pur formali, condividono con le lingue naturali una struttura multilivello: programmare significa costruire rappresentazioni di problemi. La loro evoluzione mostra il passaggio dalla macchina al pensiero umano, facendo del linguaggio il punto di mediazione tra calcolo e significato. Con l’intelligenza artificiale generativa, questa dinamica entra in una nuova fase: la distanza tra linguaggio naturale e computazione si riduce. Gli attuali copilot rappresentano la realizzazione del sogno dei pionieri della disciplina che immaginavano sistemi capaci di tradurre automaticamente la descrizione di un problema in un programma eseguibile. Il linguaggio oggi non perde centralità, ma si trasforma: la competenza diventa sempre più semantica e critica, orientata alla comprensione e valutazione dei sistemi».

In che misura comprendere la storia dell’informatica è una condizione per interpretarne il futuro?

«La storia ci insegna soprattutto una cosa: il ruolo della visione. Negli anni Sessanta esistevano gruppi di ricercatori che immaginavano il computer come uno strumento per amplificare la creatività umana, in un’epoca in cui le macchine erano enormi e limitate. Queste idee erano tecnicamente irrealizzabili allora, ma hanno orientato lo sviluppo successivo».

La didattica dell’informatica è disciplina scientifica e ha, al tempo stesso, un ruolo strategico nella formazione.

«La didattica dell’informatica non è una semplice applicazione della pedagogia generale, ma un ambito che integra contenuti disciplinari, modelli cognitivi e metodologie specifiche, come dimostra l’esistenza di comunità scientifiche e sedi di ricerca dedicate. Il suo valore strategico è duplice: da un lato sostiene la formazione degli insegnanti, evitando il ricorso a modelli didattici generici; dall’altro consente al sistema educativo di rispondere a una trasformazione in cui l’informatica diventa componente strutturale della cultura moderna. In questo senso, l’ambito universitario svolge una funzione centrale di elaborazione teorica e sperimentazione, producendo modelli trasferibili nei contesti scolastici».

Da recente decreto ministeriale, l’informatica diventa una disciplina obbligatoria nei curricula scolastici: un cambio di paradigma rilevante. Permangono, tuttavia, criticità strutturali nella formazione degli insegnanti, in quanto le ore dedicate alla didattica dell’informatica risultano piuttosto residuali.

«Se la disciplina didattica dell’informatica non è adeguatamente rappresentata nei percorsi formativi degli insegnanti del primo del ciclo e in quelli di abilitazione all’insegnamento per la secondaria, il rischio è che le indicazioni restino formali. In altri termini, si può definire un curriculum innovativo, ma senza docenti preparati non è possibile attuarlo in modo efficace. Una criticità importante riguarda la distribuzione dei crediti nei percorsi abilitanti. Nel modello attuale che prevede 60 CFU, la didattica dell’informatica occupa uno spazio estremamente ridotto, in alcuni casi un solo credito. È ovvio che, dal punto di vista didattico, questo è insufficiente per sviluppare competenze che richiedono un’integrazione complessa tra contenuti disciplinari, metodologie didattiche e dimensione laboratoriale. Questo squilibrio riflette una difficoltà più ampia nel riconoscere la didattica dell’informatica come disciplina fondamentale. Serve, quindi, un investimento sistemico e coerente nella formazione di chi è chiamato a insegnarla. In questo senso, la formazione degli insegnanti non è solo una questione tecnica, ma soprattutto una scelta di politica educativa».

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Immagine generata con AI - ChatGPT.

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